Inizialmente previsti per il 2027, il 1° gennaio 2028 entreranno in vigore i limiti all'uso dell'urea in agricoltura. Limiti che guardano specificamente al bacino padano, ossia Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Tali restrizioni sono state prescritte dal Piano Nazionale per il Miglioramento della Qualità dell'Aria, in seguito approvato tramite Decreto Legislativo attuativo della legge delega 91/2025. Ciò al fine di adeguare il comparto agricolo agli obiettivi europei di miglioramento della qualità dell'aria, riducendo le emissioni di gas serra e di ammoniaca.
Il taglio agli usi di urea ha provocato comprensibili contestazioni da parte delle associazioni di agricoltori, paventando sensibili cali di redditività dovuti all’uso di fertilizzanti azotati, diversi dall’urea, caratterizzati da prezzi più elevati. Il timore del comparto agricolo è che i costi superiori non vengano bilanciati adeguatamente dagli aiuti compensativi previsti dal Piano strategico Nazionale.
Commissionato da Federchimica-Assofertilizzanti, è stato recentemente diffuso uno studio di Nomisma, società indipendente di studi settoriali, incentrato sui danni all’agricoltura italiana derivanti dal taglio dell’urea, i quali andrebbero a sommarsi alle restrizioni già in corso per via della Direttiva 91/676/CEE, detta “Direttiva nitrati”.
Dallo studio emerge come l’urea sia di fondamentale importanza per la produttività agricola nazionale, grazie alla praticità d’uso e al vantaggioso costo delle unità d’azoto. Stando a Nomisma, l’urea rappresenta quindi un mezzo tecnico strategico, soprattutto per le filiere cerealicole, favorendone le rese per quantità e qualità. A conferma, circa il 44% dell’azoto attualmente utilizzato in Italia proviene dall’urea.
Le restrizioni d’uso dell’urea si inseriscono peraltro in un trend già di per sé in calo nel settore dei fertilizzanti azotati, visto che negli ultimi dieci anni si è registrata una riduzione del 20% nell’uso di questi concimi. Un ulteriore calo in tal senso potrebbe quindi compromettere seriamente la produttività e la redditività delle principali filiere agricole italiane.
Stando allo studio Nomisma la coltura più colpita dal bando dell’urea sarebbe il riso, con cali di produzione stimati al 63%. Doppia cifra anche per il mais da granella, con una diminuzione dei raccolti del 36%. Perdite sensibili anche per il frumento duro (-25%) e per il frumento tenero (-17%).
Oltre alla perdita quantitativa, si assisterebbe anche a un deterioramento della qualità dei raccolti che indurrebbe una contrazione del 45% del valore complessivo del comparto cerealicolo.
Anche dal punto di vista ambientale lo studio Nomisma contraddice le ragioni alla base della proibizione dell’urea. L’urea incide infatti in modo molto marginale sulle emissioni nazionali complessive di gas serra, segnando lo 0,1% del totale. Guardando al solo comparto agricolo, l’urea contribuisce in tal senso per l’1,3% soltanto. Il divieto all’uso dell’urea contribuirebbe cioè ben poco sulla riduzione dei gas climalteranti, causando al contempo danni seri alle produzioni agricole.
Quanto alla produzione di ammoniaca, si stanno moltiplicando tecnologie industriali che possono ridurre fino all’80% le perdite di ammoniaca in atmosfera, grazie a polimeri ricoprenti e agli inibitori dell’ureasi. Inoltre, va ricordato come le emissioni di ammoniaca da urea si riducano drasticamente se il fertilizzante viene interrato, come pure risultino fortemente ridotte in caso di terreni a reazione acida come avviene per esempio nelle risaie. In sostanza, esistono pratiche agronomiche atte alla riduzione di tale inquinante atmosferico, come pure vi sono specifiche condizioni di campo che dovrebbero essere considerate positivamente, suggerendo opportune modifiche alle restrizioni generali.
L’impatto delle restrizioni potrebbe essere mitigato in caso le aziende agricole siano a vocazione zootecnica e/o orientate alla produzione di biogas. In tal caso la disponibilità interna di letame e liquami, come pure di digestati, rappresenterebbe una importante fonte di azoto.
Tali condizioni però riguardano solo una parte delle aziende agricole nelle regioni toccate dal provvedimento. Molte di esse non hanno infatti allevamenti, né producono biogas. Ciò toglie loro la possibilità di ammortizzare gli impatti sulla gestione agronomica ed economica che i tagli all’urea comporteranno.
Al momento non è però possibile sapere quali saranno le scelte degli agricoltori: se sostenere i maggiori costi a parità di unità di azoto somministrate, oppure se diminuire le unità per ettaro al fine di mantenere stabili i costi di produzione. Decisione, quest’ultima, che porterebbe ovviamente a proporzionali cali produttivi.
Oltre allo studio Nomisma, vi sono altri possibili punti di osservazione dei mercati mondiali dell’urea. Per esempio, dal 2027 entrerà in produzione Ceres, impianto australiano per la produzione di urea nato dalla Joint venture fra l’italiana Saipem e Clough, una società del gruppo Webuild, ex Salini-Impregilo.
L’impianto nasce sul progetto di Perdaman Industries, colosso indiano dei fertilizzanti, costerà 6,4 miliardi di dollari e mira a produrre urea per 2,3 milioni di tonnellate annue, equivalenti a un business stimato di 850 milioni di dollari.
I mercati mondiali dell’urea vedranno quindi un aumento della disponibilità di prodotto, con prevedibili influenze positive anche sui costi del medesimo. L’Europa sta cioè andando controcorrente lungo scenari internazionali che seguono tutt’altra direzione. Un trend, questo, che necessita perciò di attente valutazioni delle alternative tecniche all’urea al momento disponibili.
A favore della nutrizione delle piante può giocare un ruolo importante la microbiologia. Per esempio, funzionali al miglioramento degli equilibri del terreno, Nutex Beta e Marvita Starfix sono due soluzioni basate su microrganismi benefici che migliorano la disponibilità di nutrienti, azoto incluso, contribuendo in tal modo a migliorare le rese senza ulteriori somministrazioni di concimi.
Formulata in minipellet di elevata qualità, Nutex Beta è una specialità basata su componenti organiche di origine vegetale ad alto contenuto di acidi umici e fulvici, inoculati con un consorzio di microrganismi benefici tra i quali micorrize, Trichoderma e batteri promotori della crescita. L’aggiunta di apposite sostanze bioattivatrici favorisce ulteriormente lo sviluppo della fertilità e della microflora dei terreni.
Analoghi benefici si possono ottenere applicando al terreno Marvita Starfix, soluzione formulata come liquido di elevata stabilità contenente micorrize e un consorzio di batteri che svolgono la duplice attività di azoto fissazione e azoto trasformazione. Queste due differenti attività nel terreno, opportunamente combinate fra loro, aumentano naturalmente la disponibilità di azoto per le colture.